la sintesi è importante… pensieri di un assistente sociale

20171010_0708171315922790.jpg

La sigaretta elettronica, o vaporizzatore personale, è uno strumento per smettere di fumare. Era nata, pare, per la somministrazione di farmaci, ma come a volte accade ha preso una strada diversa. Il vapore assume la consistenza del fumo di sigaretta, ma non ha tutte le componenti cancerogene della combustione di una normale sigaretta. Non toglie il vizio di aspirare nicotina, sostituisce le sigarette “analogiche” con sigarette “elettroniche“, che fanno meno male e che danno “quasi” la stessa soddisfazione, anzi , per alcuni ne danno di più.
Una delle ultime campagne promozionali della sigaretta elettronica titolava “svapo is not tabacco” (o qualcosa di simile), slogan scritto per marcare la differenza fra le sigarette e lo svapo (il nome volgare delle sigarette elettroniche). Uno degli youtuber più seguiti di questa nicchia di mercato, il famigerato “santone dello svapo”, che ha partecipato come testimonial a questa campagna, la settimana scorsa ha dichiarato: “abbiamo sbagliato tutto!”. Cosa voleva dire? Che se si segue il “sentimento” degli ex-fumatori di voler marcare la differenza fra svapo e tabacco non si facilita l’acquisto di nuovi clienti. In qualche modo il naturale bisogno di un ex-fumatore di allontanarsi moralmente dal proprio vizio era controproducente nel cercare di far smettere altre persone di fumare. Il risultato della sua riflessione portava alla conclusione : avremmo dovuto dire che “ Lo svapo è una sigaretta che fa meno male”.

Le persone intellettualmente libere mi affascinano sempre, ma questa riflessione mi ha colpito quando ho cercato di riportarla sul mio vissuto professionale.
Quando parlo di ciò che faccio, quando mi confronto con le colleghe,ma soprattutto con le persone esterne, la sintesi del mio lavoro è spesso “le assistenti sociali si occupano delle persone sfortunate”
Tutte le competenze che costruiamo con lo studio e l’esperienza, che ci servono per valutare gli aspetti psicologici, ambientali, relazionali di una situazione, o che utilizziamo per pensare, creare e organizzare delle soluzioni vengono sintetizzate in “vi occupate delle persone sfortunate”.

E noi non ci rendiamo conto che questa sintesi non è solo controproducente, ma è sbagliata. Certo è meritorio occuparsi degli ultimi, ma è una missione, non un lavoro.

È controproducente perché nessuno viene liberamente a farsi aiutare da qualcuno che aiuta quelli sfortunati… nessuno vuole sentirsi etichettato come sfortunato! Quindi questo messaggio ci ostacola nella libera professione

e poi è scorretto: i nostri utenti solo molto raramente si possono definire sfortunati: o fanno scelte sbagliate, o non sono sufficientemente competenti, oppure non hanno sufficienti risorse economico/sociali per far fronte alla situazione.

Ad un sacco di persone capitano cose brutte, ma le risolvono senza rivolgersi a noi.

Quindi noi non lavoriamo sulla sfortuna, lavoriamo sul come affrontare la sfortuna.

Tutto questo preambolo per dire? Per dire che definirci in modo sintetico e coerente è importante per noi ed è corretto nei confronti dei nostri utenti/clienti… e forse… commercialmente… è anche urgente.

“A cosa serve andare dall’Assistente Sociale? A risolvere problemi”… ecco… così sarebbe già meglio.

p.s.: come sempre dovrei fare, e invece non faccio mai, se vi è piaciuto il mio scritto vi invito a seguire il blog, mettere “mi piace” sulla pagina fb e commentare dove vi pare.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...