L’educazione scolastica, il buon senso e l’istinto – dilemmi di un assistente sociale

Non molto tempo fa, nel solito ufficio di servizio sociale territoriale, nella stessa mattinata ricevetti due telefonate da due scuole elementari presenti sul territorio di mia competenza.
Per uno strano meccanismo del destino casi simili o problematiche simili temporalmente si incontrano negli uffici di servizio sociale con una certa frequenza. Ci sono settimane in cui ti occupi solo che di anziani, altre in cui ci sono solo sfratti, altri dove vengono interrotte le forniture di elettricità… quella mattina toccava alle scuole.

La prima telefonata era della coordinatrice degli insegnanti che mi parlava di un minore, ormai ingestibile. Il bambino era capriccioso con gli insegnanti, aggressivo coi compagni, riusciva ad impegnarsi solo per tempi brevissimi e solo su quello che gli interessava. I colloqui coi genitori erano stati inutile, il padre era pressoché assente, psicologicamente più che fisicamente, e la madre rifiutava qualsiasi critica venisse fatta al suo unico figlio.
La seconda telefonata riguardava un incontro che avevamo programmato con dei genitori per fare il punto sulla situazione del figlio. Famiglia numerosa di africani, due adulti e cinque minori, il compagno della madre era padre degli ultimi tre figli, il mio “utente” era il secondogenito del precedente compagno. Sia il padre, che il “patrigno” erano presenti e a modo loro cercavano di darsi da fare. Il bambino andava molto male a scuola e non sempre era “curato” adeguatamente. Quando la scuola aveva chiamato la madre per darle un appuntamento, la sig.ra aveva deciso che il figlio andava punito perché certamente aveva fatto qualcosa che non andava… e lo aveva “menato”.

La situazione era surreale: nella prima telefonata venivo chiamato in causa per far capire a dei genitori che la punizione faceva parte dell’educazione, nella seconda venivo chiamato per spiegare che la punizione non faceva parte dell’educazione.
Da una parte avevo degli insegnati che venivano assolutamente squalificati dai genitori, dall’altra dei genitori che li rispettavano assolutamente.
Da una parte avevo un minore che era sicuramente accudito e tutelato in modo ineccepibile, dall’altra un minore che lo era molto meno.

Per valutare e intervenire, o non intervenire, in situazioni di questo tipo è necessario affidarsi al “buon senso” ossia, come lo definisce wikipedia,” la capacità di giudicare con equilibrio e ragionevolezza una situazione, comprendendo le necessità pratiche che essa comporta”.
Il “buon senso”, mi permetto di aggiungere, inteso come la capacità di fare sintesi fra la teoria appresa, l’esperienza professionale e la capacità di analizzare la situazione individuale e sociale contingente. Alcune colleghe rifiutano categoricamente che la nostra professione sia legata al “buon senso”, ma credo dipenda dal fatto che lo confondono con l’istinto. L’istinto è l’insieme di comportamenti automatici, non appresi, né ragionati che ci spinge verso la rapida soluzione di un desiderio o di una paura.

Cosa è successo a seguito delle due telefonate?
Quello che succede sempre: qualche colloquio, un po’ di bastone, un po’ di carota e un po’ di buon senso.

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