Il BURN-OUT esiste? – riflessioni per un Assistente Sociale

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Il Burn-out, per chi non lo conosce, è “l’esito patologico di un processo stressogeno”(cit. wikipedia) o almeno così viene categorizzato. D’altra parte tutto ciò che non “funziona” in modo ottimale nel nostro presente è una patologia, una malattia che va curata, oppure gestita e cronicizzata. Gli operatori del sociale sono i primi che hanno cominciato a soffrire di questa patologia, credo sia successo più o meno così: ad un certo punto, qualcuno che fino a quel momento si era instancabilmente preso cura degli altri ha cominciato a cedere, a non sopportare più nessuno, a desiderare di cambiare lavoro…
Però se navighi in questo mare di problemi, conflitti e sofferenza per un periodo sufficientemente a lungo cominci anche ad avere una lettura della storia un po’ diversa. O almeno io ho cominciato ad avere una visione un po’ diversa della questione per quella che è la mia esperienza personale.
Per me, per la mia esperienza e per quello che ho potuto osservare nei colleghi, la carriera di un operatore sociale ha una andamento che ho diviso in quattro fasi.
All’inizio è tutto un su e giù fra l’entusiasmo della novità e la paura di essere all’altezza. I primi tempi tutto è nuovo, ma l’entusiasmo si scontra quasi immediatamente con un senso di incapacità misto ad ansia che non ti fa dormire di notte. E pensi che sia burn-out, ma è solo ansia. Paradossalmente, quando sei giovane trovi lavoro solo nei posti più difficili, quindi avere ansia è normale. Nel sociale funziona così: quando sei giovane e inesperto lavori alla tutela minori con casi difficili e complicatissimi, appena hai la possibilità ti sposti il luoghi meno complessi.
Dopo la prima fase, che per me è durata circa 5 anni (e non dormire 5 anni è lunga :-), è iniziato un periodo abbastanza stabile, ma con delle complicazioni esterne. Nessuno parla del fatto che quando hai superato questa fase di adattamento, quando cioè hai cominciato ad abituarti a relazioni lavorative problematiche, conflittuali, stressanti e imprevedibili… cominci a fare più fatica a relazionarti con chi non fa questo tipo di professione. Cominci a capire che se dici quello che pensi, al di fuori della tua cerchia professionale, gli altri restano scandalizzati. Il livello di relazione che cerchi è diverso da quello che i “normali” attuano e questo un po’ ti taglia fuori dalle tue personali relazioni. O almeno questo è successo a me. Potrebbe essere considerata una patologia? una deformazione professionale che rende chi opera in questo settore un po’ più solo e infelice?
La terza fase è quella della noia, il lavoro comincia a diventare routinario, si ha l’impressione che la parte interessante del lavoro sia diminuita drasticamente e tu ti ritrovi a fare solo un sacco di carte, ma non è vero: è che hai imparato a fare bene quello che è lo specifico del lavoro e ti da meno “brivido”. Probabilmente anche i Beatles non ne potevano più di suonare “love me do”, ma questo gli chiedeva il pubblico.
La quarta fase è quella in cui cominci a tirare le somme e a domandarti se ne è valsa la pena. E anche questa è una fase complessa perché non puoi misurare solo economicamente la questione. La retribuzione è bassa e pochi farebbero un lavoro del genere spinti da motivazioni che non siano personali. Si guadagna un normale stipendio per chi non ha dovuto laurearsi per lavorare. Ma allora perché si fa questo lavoro? Non è una vocazione (simile a quella che hanno i religiosi) dicono, sembra più un bisogno.
Per me è stata quasi una necessità personale: ad un certo punto mi sono accorto che cercare di risolvere i problemi e le disgrazie altrui era più gratificante, e forse più facile, che affrontare le mie. E magari senza troppa consapevolezza e senza aver capito quali erano gli svantaggi, questo è diventato il mio lavoro. Ad un certo punto quel bisogno di “aiutare” gli altri è semplicemente sparito, è rimasta l’abitudine, ma non il bisogno. Vale la pena? Ogni operatore ha la sua risposta, consapevole o meno.
Quello che io ho considerato il “mio” burn-out è stato fra la terza e la quarta fase. L’ho trattato come una patologia e non ha funzionato. Mi sono ormai reso conto che per me il BURN-OUT non è stata una patologia, ma un processo evolutivo, come quegli animali che devono rompere un guscio per crescere. È stato faticoso e doloroso come una malattia, ma anche “crescere” lo è.
Probabilmente sono l’unico che comincia a pensare che non sia una malattia, ma piuttosto un’evoluzione.
Di solito dopo che hai passato il “tuo” Burn-out sei un operatore più consapevole, più concreto, più efficace oppure sei andato a fare altro. In entrambi i casi io credo si dovrebbe considerare un miglioramento.

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